I segnali ci sono da almeno quindici anni. Non è che prima non esistessero: è che adesso arrivano prima, colpiscono più ragazzi, e spesso gli adulti vicini a loro non li riconoscono in tempo. Il ritiro scolastico, i disturbi alimentari, l’ansia che blocca. Bambini alle elementari che hanno già un rapporto complesso con il cibo. Adolescenti che smettono di uscire.
Non è catastrofismo. È quello che sta succedendo.
Perché i disagi giovanili sono in aumento
Le cause si sommano e non è utile cercare un unico colpevole. Il contesto familiare, la scuola, l’uso quotidiano delle piattaforme digitali: nessuno di questi fattori spiega tutto da solo. Insieme, però, hanno cambiato il modo in cui molti ragazzi si percepiscono.
C’è un fenomeno che chi lavora con gli adolescenti conosce bene: l’emulazione. I ragazzi cercano un’identità e spesso la costruiscono confrontandosi con modelli online che non riflettono la realtà. Il risultato è quasi sempre la stessa frase: “non mi sento abbastanza”. Abbastanza bravo. Abbastanza bello. Abbastanza.
L’età di insorgenza si è abbassata. I disturbi della nutrizione compaiono già in età scolare. In adolescenza, con prevalenza tra le ragazze, si aggiungono ansia e fragilità relazionale che, se non intercettate, possono, nei casi più gravi, portare al ritiro dalla vita sociale e scolastica.
Il ritiro scolastico non è un capriccio
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché la tentazione di minimizzare è forte. Un ragazzo che rifiuta di andare a scuola non sta facendo i capricci. Sta comunicando qualcosa che non sa dire in altro modo.
Dietro al ritiro scolastico c’è quasi sempre una storia: la paura di fallire, l’incapacità di immaginare un futuro, il peso di aspettative percepite come insostenibili. I giovani di oggi crescono con uno sfondo di instabilità che gli adulti tendono a sottovalutare. Pandemie, guerre, crisi economica. Non sono astrazioni lontane: sono il contesto in cui questi ragazzi hanno costruito la loro idea del mondo.
Il ritiro sociale e la forma più acuta di tutto questo. Il ragazzo smette di uscire, sparisce dai gruppi e dalla scuola. Quando si arriva a quel punto, recuperare richiede tempo e una rete che funzioni davvero: famiglia, scuola e professionisti che parlano tra loro.
Ascoltare: più difficile di quanto sembri
La parola che torna sempre è “ascolto”. Ma ascoltare un adolescente è complicato. Non basta essere disponibili. Bisogna esserlo nel momento giusto, senza forzare né trasformare ogni tentativo di dialogo in un interrogatorio.
L’adolescente si chiude, provoca, sparisce e poi torna. Il compito degli adulti non è eliminare questa fase: e restare presenti senza schiacciarla. Una presenza emotiva, non solo organizzativa. Genitori e insegnanti che comunicano tra loro, che non aspettano che “passi da solo”, che sanno quando chiedere aiuto esterno.
Il Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e il Disagio Giovanile segue questi temi con continuità, e mette a disposizione di famiglie e scuole strumenti per riconoscere il disagio prima che si radichi.
Cosa si può fare, concretamente
Osservare i cambiamenti nel comportamento quotidiano, non solo il voto in pagella. Un ragazzo che evita i pasti in famiglia, che taglia i contatti con gli amici, che non riesce a dormire: sono segnali che meritano attenzione.
Non aspettare settimane in attesa che la situazione si stabilizzi da sola. Quando i segnali si ripetono, rivolgersi a un professionista specializzato in età evolutiva è la scelta più sensata. E costruire un raccordo reale tra casa e scuola: le situazioni più difficili si cronicizzano quasi sempre quando i due contesti non comunicano tra loro.
Il lavoro con i ragazzi implica sempre un lavoro con gli adulti che li circondano. Non c’è altro modo.
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