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Smartphone a scuola

A settembre 2025 lo smartphone è stato bandito dalle aule. Sei mesi dopo il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato il primo bilancio: oltre il 90% degli istituti secondari ha già aggiornato i propri regolamenti. Non è un risultato scontato per una misura che, al momento dell’annuncio, aveva diviso insegnanti, genitori e studenti.

Il dato che però vale la pena guardare non è quello relativo alla compliance. È quello che le scuole hanno fatto oltre alla regola.

Vietare non basta: le scuole puntano sull’educazione

Più di due istituti su tre hanno attivato moduli di educazione civica dedicati all’uso dei dispositivi e organizzato incontri con esperti. Più della metà porta avanti progetti specifici su smartphone e social. Le scuole che hanno recepito il divieto, in gran parte, non si sono fermate lì.

Ha senso. Togliere il telefono dalla tasca durante le lezioni non cambia il modo in cui un ragazzo ci sta dentro dalle 16 in poi. La domanda che attraversa tutto il provvedimento è proprio questa: si tratta di una misura disciplinare o di un punto di partenza per qualcosa di più strutturale? Le nuove Linee guida per l’Educazione civica sembrano rispondere nella seconda direzione: i rischi legati all’intelligenza artificiale e ai social fanno parte dei contenuti da affrontare in classe, non sono un supplemento opzionale.

Il Comitato Scientifico di ONBD lavora da tempo su questo punto: i comportamenti digitali problematici si costruiscono fuori dalla scuola, ma le conseguenze arrivano dentro. Separare i due piani non funziona.

Il nodo del benessere

Il provvedimento ha una base scientifica esplicita. Diversi studi internazionali documentano che la presenza di dispositivi personali in classe riduce l’attenzione e abbassa le prestazioni. L’OCSE ha rilevato risultati inferiori alla media nelle prove di competenza in ambienti con uso frequente dei dispositivi durante le lezioni.

Ma il rendimento scolastico è solo una parte del problema. L’uso eccessivo dello smartphone incide sul benessere degli adolescenti, andando ben oltre la concentrazione in aula: disturbi del sonno, difficoltà nelle relazioni dirette, ansia. Per questo, tra le misure attivate, c’è anche un servizio di supporto psicologico online, pensato per intercettare precocemente le situazioni di fragilità. E il cyberbullismo resta un tema centrale, con interventi che mirano sia alla prevenzione sia alla responsabilizzazione di chi aggredisce.

800 milioni per formare i docenti

Una norma, senza strumenti professionali adeguati, non regge a lungo. Il Ministero ha stanziato 800 milioni per la formazione del personale scolastico sulla digitalizzazione, con un piano specifico sull’intelligenza artificiale sviluppato con INDIRE. I corsi partiranno a breve.

C’è una ragione concreta dietro questo investimento. Un insegnante che non sa come funziona un algoritmo di raccomandazione ha poca credibilità quando spiega ai ragazzi perché certe piattaforme catturano l’attenzione. La formazione non è un dettaglio tecnico: è la condizione affinché il resto abbia senso.

Oltre le aule

Il 97% delle scuole italiane ha già adottato le linee guida ministeriali sull’intelligenza artificiale. Il Governo sta valutando misure aggiuntive per proteggere i minori dai rischi del web, un segnale che il problema non si risolve dentro i cancelli scolastici.

La domanda aperta è la più importante: un divieto applicato in classe cambia davvero i comportamenti digitali fuori dalla classe? I dati sul recepimento della norma sono positivi. Quelli sugli effetti reali sui ragazzi richiederanno tempo. ONBD e il nostro Comitato Scientifico lavorano ogni giorno su questo: perché la consapevolezza digitale non si costruisce con una circolare, ma con un percorso continuo che tiene insieme scuola, famiglia e istituzioni.