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Disagio giovanile

La tragica morte del sedicenne di Rocca Priora, avvenuta il giorno successivo alla conclusione dell’anno scolastico, lascia una comunità intera nel dolore e nello smarrimento. Di fronte a eventi così drammatici, il primo sentimento è il rispetto per la sofferenza della famiglia, degli amici, dei compagni di scuola e di tutti coloro che gli hanno voluto bene.

Quando un adolescente decide di togliersi la vita, le domande superano sempre le risposte. Si cercano spiegazioni, segnali che forse non sono stati colti, elementi che possano aiutare a comprendere ciò che appare incomprensibile. Eppure, il disagio giovanile raramente segue schemi prevedibili. Può nascondersi dietro il sorriso di un ragazzo descritto come solare, dietro buoni risultati scolastici, amicizie apparentemente solide e progetti per il futuro.

Per questo motivo, ogni tragedia come questa deve trasformarsi in un richiamo urgente alla responsabilità collettiva.

Il disagio giovanile non riguarda un solo contesto sociale

La stessa madre del ragazzo ha escluso collegamenti diretti tra il gesto e l’esperienza scolastica. È un elemento importante, perché ci ricorda che il disagio adolescenziale non può essere ricondotto automaticamente a un unico contesto.

La sofferenza emotiva nasce spesso dall’intreccio di molteplici fattori: fragilità personali, difficoltà relazionali, senso di inadeguatezza, isolamento, pressioni sociali, cambiamenti evolutivi, esperienze vissute online e offline. In alcuni casi, persino momenti di transizione apparentemente positivi – come la fine della scuola o l’inizio delle vacanze – possono amplificare sentimenti di solitudine o smarrimento.

Per questo è necessario superare la logica dell’intervento emergenziale e costruire una vera cultura della prevenzione.

Prevenire significa ascoltare prima

La prevenzione non consiste soltanto nell’attivare un supporto psicologico dopo una tragedia, per quanto fondamentale sia l’assistenza nei momenti di crisi. Prevenire significa creare ogni giorno contesti in cui i ragazzi si sentano accolti, ascoltati e compresi.

Serve una rete educativa capace di lavorare insieme: famiglie, scuola, professionisti della salute mentale, istituzioni, associazioni, mondo dello sport e realtà del territorio. Nessun soggetto, da solo, può affrontare la complessità del disagio giovanile.

Occorre insegnare ai ragazzi a riconoscere le proprie emozioni, a chiedere aiuto senza paura del giudizio, a comprendere che la vulnerabilità non è una debolezza. Allo stesso tempo, gli adulti devono essere formati per cogliere segnali spesso silenziosi e non sempre evidenti.

Il ruolo del Comitato Scientifico di ONBD

In questa prospettiva si inserisce il lavoro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale Bullismo e Disagio Giovanile, composto da professionisti provenienti da ambiti diversi: psicologi, psicoterapeuti, medici, pedagogisti, giuristi, rappresentanti delle istituzioni, esperti di comunicazione e del digitale.

L’obiettivo è sviluppare un approccio multidisciplinare che consenta di comprendere il disagio giovanile nella sua complessità e di elaborare strategie di prevenzione concrete, fondate sull’evidenza scientifica e sull’esperienza sul campo.

Attraverso attività di ricerca, formazione e sensibilizzazione, il Comitato promuove iniziative rivolte a studenti, genitori e docenti, favorendo la diffusione di strumenti utili per riconoscere precocemente situazioni di fragilità e intervenire in modo appropriato.

L’attenzione non è rivolta esclusivamente al bullismo e al cyberbullismo, ma più in generale al benessere psicologico delle nuove generazioni, nella consapevolezza che la prevenzione richiede continuità, competenze e collaborazione.

Una responsabilità condivisa

Di fronte a tragedie come quella di Rocca Priora, sarebbe illusorio pensare di trovare risposte semplici. Tuttavia, esiste una certezza: non possiamo limitarci a intervenire solo quando il dolore esplode nella sua piena drammaticità.

Abbiamo il dovere di investire nell’ascolto, nell’educazione emotiva, nella formazione degli adulti di riferimento e nella costruzione di comunità più attente e inclusive. Dobbiamo creare spazi in cui i giovani possano esprimere paure, dubbi e fragilità senza sentirsi soli.

Ogni ragazzo che soffre in silenzio rappresenta una chiamata alla responsabilità per l’intera società. Perché il disagio giovanile non si combatte con interventi isolati o sporadici, ma con una presenza costante, competente e condivisa.

Non sempre sarà possibile prevenire ogni tragedia. Ma è nostro compito fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità affinché nessun giovane debba affrontare da solo il peso della propria sofferenza.