Stefani Germanotta aveva 14 anni quando alcuni compagni la presero e la buttarono nel cassonetto dell’immondizia. Le dissero che era il posto a cui apparteneva. Che lei era spazzatura.
Cresciuta a Manhattan, frequentava una scuola privata, una famiglia che l’adorava e sosteneva. Non bastò. Quelle parole, quelle risate, quell’umiliazione che si ripeteva lasciarono un segno che ci ha messo anni a rimarginarsi. La mamma Cynthia ha racchiuso quegli anni in tre parole: umiliata, derisa, isolata. Una bambina che fino a quel momento era stata felice, e che a un certo punto smise di esserlo.
Quella ragazza oggi la conosciamo come Lady Gaga. 170 milioni di dischi venduti, un Oscar, 16 Grammy. Prima di tutto questo, però, c’era una giovane che cercava un modo per reggere il peso del disagio e del dolore di ogni giorno.
Come la musica è diventata una risposta, non una fuga
C’è una differenza tra usare l’arte per dimenticare o per combattere il disagio.
Lady Gaga ha fatto la seconda cosa.
Tutta la mia carriera è una risposta al bullismo di cui sono stata vittima.
Lady Gaga
Non è una frase da intervista. È la descrizione di un meccanismo che molti ragazzi sopravvissuti al bullismo conoscono bene: non cancelli il dolore, trasformalo. Trovi qualcosa in cui sei così presente, così autentico, che il giudizio di chi ti ha umiliato perde peso.
Lentamente, ma lo perde.
Per Stefani quella cosa era la musica. Il pianoforte. Il palco. Un corpo che impara a occupare spazio invece di nascondersi e sparire.
Non è stato un percorso senza cadute. C’è stato un momento in cui ha guardato quel pianoforte e ha pensato che le avesse rovinato la vita. Poi qualcosa è cambiato. Ha capito che non era il problema: era lo strumento attraverso cui poteva ancora dire qualcosa. A se stessa, prima che al mondo.
Il palco come spazio da riprendersi
I costumi estremi, le performance, le reinvenzioni continue. Per anni, in molti le hanno lette come pura provocazione calcolata. Erano altro.
Quando ti dicono che sei spazzatura e che il tuo posto è un cassonetto, costruirsi un’identità che nessuno può smontare non è vanità. È il modo in cui certi ragazzi trovano una versione di sé stessi che regge. Il ballo, la scena, il movimento: modi per tornare a sentire che il proprio corpo è proprio, che si può scegliere come presentarsi al mondo invece di subire come gli altri ti vedono.
La parte più difficile, però, Lady Gaga l’ha fatta dopo. Ha smesso di nascondersi dietro quell’immagine. Ha mostrato la fibromialgia, la depressione, i traumi. Ha cantato il dolore invece di coprirlo con un altro costume.
Non me ne rendevo conto dell’effetto terapeutico, poi ho capito che anche quando tocco il fondo, c’è ancora una parte di me che vuole danzare e gioire.
Lady Gaga
Quella parte che vuole danzare anche nel momento più buio non è una metafora consolatoria. È quello che l’espressione artistica, in qualsiasi forma, può fare per chi sta attraversando qualcosa di difficile. Non risolve tutto. Ma tiene viva una scintilla che, altrimenti, rischia di spegnersi.
Salvarsi non basta: l’impegno per gli altri è fondamentale
Lady Gaga sa che non tutti ce la fanno nello stesso modo. E lo dice senza cercare applausi né recitare retorica.
Non è purtroppo così per tutti. E rispetto profondamente chi, anche se bullizzato da piccolo, non si è lasciato sopraffare
Lady Gaga
Per questo ha fondato, insieme alla mamma Cynthia, la Born This Way Foundation, che lavora sulla salute mentale giovanile, sul rispetto e sull’inclusione. Per questo parla dei suoi traumi in pubblico da anni, anche quando tacere costerebbe meno. Per questo ha accettato il ruolo di ambasciatrice ONU per la salute mentale.
Il punto non è il successo arrivato dopo. Uscire da una situazione difficile non esime dalla responsabilità nei confronti di chi è ancora dentro questo disagio. Il bullismo non riguarda solo chi lo subisce: riguarda tutti e richiede una risposta collettiva.
Quello che puoi fare adesso
Se ti riconosci in questa storia, anche solo in parte, sappi che quello che stai vivendo adesso non ti definisce. Non è l’ultima parola su chi sei.
Trova qualcosa in cui investire energia. Musica, sport, scrittura, disegno: qualsiasi cosa ti faccia sentire che esisti al di là di ciò che gli altri dicono di te. Non perché cancellerà il dolore, ma perché ti tiene agganciato a una parte di te che vale.
E parla. Con qualcuno di cui ti fidi, con un adulto, con un professionista
Non devi farcela da solo.
Crediti Fotografia John Bauld, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

